Arisa – Sincerita’ (video + recensione dell’album)

L’album di debutto della vincitrice tra le nuove Proposte dell’ultimo Sanremo trasuda “sincerità” da ogni nota: è un prodotto lineare e decisamente meno artefatto del suo – seppur azzeccato – look da “cozza ricercata“. Ma se Arisa (al secolo Rosalba Pippa) non avesse quella presenza scenica da rivincita dei nerd, se non avesse quella enorme inibizione quando si esprime a parole con la voce di BabyMia Surriento Edition, per poi trasformarsi completamente in una esecutrice impeccabile appena attacca a cantare, l’artista che c’è in lei non “comunicherebbe in maniera corretta” (per dirla alla maniera dei giudici di X-Factor). Insomma: sarebbe una Anna Tatangelo sfigata, e nulla di più. E invece, se c’è una cosa per cui dobbiamo ringraziare Arisa, è di aver finalmente sdoganato l’antitatangelismo sul palco dell’Ariston, avendo il pregio di risultare insindacabilmente credibile anche quando canta la più didascalica ovvietà sull’amore semplice o sul sogno nel cassetto, temi dominanti (pure troppo) del suo primo lavoro discografico. Lavoro che, tutto sommato, anche con qualche rima scontata o giro già sentito, risulta in buona fede e getta le basi per la crescita di una cantante emergente che – sulla base di tutta la fiducia accordatale a prescindere – è quantomeno dovuta.

Alla titletrack già tormentone (ma che nella versione del disco risulta ahimé meno trascinante rispetto a quella orchestrata sul palco del Festival [voto 8-] ), segue il probabile futuro singolo “Io sono“: un reggae autobiografico (“io sono una donna che crede all’amore che vuole il suo uomo soltanto per sé, voglio essere mamma perché la mia mamma è la cosa più bella che c’è“) che riporta alla mente lo stile – come volevasi dimostrare – annatatangelistico di “Colpo di fulmine“, ma da cui si differenzia per il fatto di risultare plausibile, nella sua più totale e disarmante semplicità. Voto 7

La mia strana verità” è una filastrocca tra il fiabesco ed il romantico, perfetta colonna sonora per il dvd di un battesimo (e probabilmente miglior pezzo dell’album), che raggiunge picchi davvero poetici in cui l’interprete mette a nudo se stessa nella maniera più adorabilmente fanciullesca che si possa immaginare (“io sono pane, terra, lame, un biscottino, ali di farfalla dentro un giardino, tuono, vita, suono, un marchingegno, letto, sonno, sogno, però m’impegno e canto qualche volta, diciamo spesso“). Voto 8+

La strofa di “Abbi cura di te“, quarta traccia dell’album, starebbe benissimo in bocca ad una Giorgia, peccato che il ritornello cada troppo biecamente nel trito e ritrito. Da apprezzare, però, l’arrangiamento quasi (ma molto quasi) r’n’b. Voto 6-

Pensa così” è un pezzo decisamente poco riuscito: comprensibile che Arisa voglia convalidare le sue qualità di interprete verginea e bambinesca, ma qui si esagera, spacciando per un pezzo di spessore quello che potrebbe essere riciclato al massimo per far fare il girotondo ai bambini dell’asilo il giorno della festa del papà. Voto 4

Difficile catalogare con certezza il pezzo successivo, “Piccola rosa“: potrebbe essere definita pura poesia oppure totale banalità. Qualunque cosa sia, però, è spinta verso il rischioso limite dello stucchevole. Rimane un po’ oscuro il verso: “quando il tempo lo vorrà/dalla mia rosa dolce e odorosa/un altro fiore nascerà“. Voto 6 politico

Con “Te lo volevo dire” (“oh mamma metti via l’argenteria/che il matrimonio non si può più fare/l’ho visto con un altra a casa sua / e giuro che non stavano a parlare“) si tira un po’ il fiato, finalmente: il sentimentalismo da diabete che impera sul disco si fa un po’ da parte, facendoci scoprire una Arisa inaspettatamente delusa da un amore. Musicalmente ricorda un po’ qualcosa di Simone Cristicchi (ma non so bene cosa, “Studentessa Universitaria“, forse?) e porta un po’ di movimento ad un album apprezzabile, ma finora piuttosto statico (un bel featuring di J-Ax, comunque, qui ci stava bene, secondo me). Voto 7/8

Com’è facile” vorrebbe essere un brano simil-chill-out in stile passeggiata in infradito sulle spiagge di Rio, ma si risolve in un brano latin-scimmiottante in stile passeggita a bordo di una Panda a metano in riva ad un fossato. E la melodia retrò non aiuta; altro pezzo poco riuscito. Voto 5-

L’uomo che non c’è” è il titolo del penultimo brano del disco (sorvolo sull’ultimo, “Buona Notte” che, ascoltato dopo questo, perde qualsiasi significato): beh, se Arisa deve essere icona gay, che icona gay sia, ma in grande stile. “L’uomo che non c’è” sembra un pezzo scritto da Gianni Boncompagni in preda ad una sciatalgia e scippato ad una Raffaella Carrà che tenta – senza riuscirci – di scoprire su Wikipedia il significato disambiguo della parola “sobrietà”.  Tra modeste atmosfere danzerecce, il pezzo racconta l’ironica storia di un amore inesistente (“Perchè è bellissimo/talmente bello che/io non capisco come faccia a star con me/Perchè è dolcissimo/talmente dolce che/quando lo bacio è come mordere un bignè“). Giudizio artistico dubbio, ma se la nostra eroina riesce, dopo l’intensità finora dimostrata (pur non senza sbavature), a starci dentro con qualcosa di assolutamente inutile e divertente come questo, allora Arisa merita tutta la fortuna che sta avendo. Sperando che duri.

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