13 – The fear is real: il primo horroreality della storia. Mai piu’ senza

Sempre a proposito di reality americani, era dai tempi di “That’s Amore” che uno show d’oltreoceano non mi appassionava così tanto da guardarne le puntate in lingua originale pur non capendoci un fico secco. In questo, fortunatamente, i dialoghi non sono eccessivamente complessi, anzi per la maggior parte si tratta di urla, pianti e stridore di denti. Va in onda sul canale CW, lo stesso del sempreverde Smallville, del deludente Gossip Girl e dell’atteso 90210: una specie di Italia Uno a stelle e strisce, ma senza quella zavorra di Studio Aperto. Si tratta di “13 – The fear is real“, il primo reality show horror della storia della tv (se escludiamo “Ritorno al presente” di Carlo Conti): un misto tra “Non aprite quella porta”, “The blair witch project”, “La Talpa” e anche un po’ “Scary Movie”, per tutta l’assurda convinzione tipicamente americana che c’è dietro al progetto.

Completamente girato “on stage” in pochi giorni, come tutti o quasi i reality USA, e poi spalmato in otto puntate di un’ora scarsa come fosse un telefilm dal copione aperto, “The fear is real” vede la produzione esecutiva di un maestro del genere come Sam Raimi, probabilmente in bolletta per abbassarsi ad accettare un ruolo così prevedibilmente fallimentare. Tredici concorrenti vengono catapultati in un bosco sperduto della Louisiana e costretti a vivere in una catapecchia diroccata piena di ragnatele, vetri rotti, insetti, bambole con la testa mozzata, foto di Luca Giurato e scritte alle pareti fatte con l’Alchermes. Tra di loro c’è un “killer” da smascherare mentre una voce grossa e misteriosa in stile “Saw” (oppure in stile Maria de Filippi) – detta Mastermind – li controlla dalla sua postazione in una località segreta e li mette al cospetto delle loro paure obbligandoli a superare prove-limite. Chi non ce la fa viene “ucciso”, cioè sparisce immediatamente dal gioco e non vi fa più ritorno, senza lagne o rvm celebrativi, tranne un unico filmato di pochi secondi che i concorrenti in “pericolo di vita” registrano su una videocamera come estremo saluto da mostrare ai compagni nel caso in cui non facessero ritorno alla casa base. Il premio finale per il vincitore è la cifra mistica di 66,666$.

Al di là dell’ovvia stroncatura da parte della critica (il Washington Post dice che “dovrebbe far paura da morire, invece annoia da morire”, ma lì non hanno mai visto “Uomini e donne”) e del pubblico (a causa dei bassi ascolti ha cambiato collocazione dopo due puntate), il programma è coinvolgente per la commistione ben riuscita tra il lato trash-orrorifico da slasher movie di serie Z con la componente reality-finto-snuff in stile Ruggero Deodato del tempo che fu. Alle riprese (che viste spoglie di tutti gli effetti sarebbero meno paurose di una qualsiasi puntata di “Ballando con le stelle”) vengono aggiunti in fase di postproduzione tutta una serie di orpelli audiovideo – alcuni discretamente calibrati, altri eccessivi, altri ancora decisamente risibili, un esempio su tutti i coccodrilli che ruggiscono nel quarto episodio – necessari per creare in vitro le sensazioni thrilling e splatter a cui ci ha abituato la cinematografia dei vari Eli Roth o James Wan. I concorrenti, poi, sono così perfettamente calati nel ruolo (c’è anche un acchiappafantasmi di professione) che pensano davvero di essere in pericolo di vita quando si muovono nell’oscurità del boschetto, e grazie a loro l’effetto è assicurato: ad ogni naturale scricchiolio di un qualche ramo secco nella foresta partono urla, lacrime e attacchi di panico, ma dopo cinque secondi sono già tutti lì pronti a consolarsi e nuovamente a mettersi in gioco, ad essere sepolti vivi o a raccogliere serpenti a mani nude nell’oscurità. Lo scopo, dal lato dello spettatore, è solo uno: tentare di trovare un senso a ciò che vede, capire dove voglia andare a parare questa insensata reality-fiction.

Dopo il salto embeddo la sigla di testa e la prova di eliminazione (detta “Execution Ceremony“) della prima puntata. 


Agli appassionati con molto tempo libero, consiglio di recuperarsi tutti gli episodi completi perché ne vale davvero la pena. In particolar modo il terzo, dove la concorrente Steffinie, già candidata ad una breve esistenza fin dalla prima puntata perché ha rifiutato il ruolo di “killer”, viene uccisa dal killer che ha preso il suo posto reagendo con un semplice “oh, are you killing me?”. A testimonianza del delitto, i compagni troveranno dei guanti insanguinati sopra la sua branda. Ma archiviato in dieci secondi lo sconvolgente omicidio, i concorrenti saranno subito pronti per la “Challenge”: una sorta di caccia al tesoro di notte nel bosco (che settimana dopo settimana sembra sempre più una grande discarica a cielo aperto) e la “Execution Ceremony” con uno dei più classici stereotipi degli horror movie: la sega elettrica.

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