Crimini Bianchi

Guardare Crimini Bianchi dopo Grey’s Anatomy è come uscire felici dal banchetto di un matrimonio e venire travolti fuori dal ristorante da un carro funebre ingolfato. La serie, già declassata dalla prima serata di Canale 5 alla mezza-sera di Italia 1, è riuscita nell’intento di far precipitare gli ascolti della serata Hot Doc, baluardo di serialità americana, trainando nel baratro di share sia le avventure stranamorose della dottoressa Grey, che quelle del siliconico telefilm seguente, Nip/Tuck.

Nata tra le polemiche dell’ordine dei medici, che in questa sede non ci interessano (però è sicuramente da leggere la scheda dai toni polemici su Wikipedia), Crimini Bianchi avrebbe la pretesa di raccontare le storie di malasanità del nostro Paese. Lodi lodi lodi (direbbe il “comitato”), se il risultato finale non fosse simile ad un vago scimmiottamento di NCIS con le sinapsi bruciate dalla lentezza narrativa e dall’inutilità dei temi affrontati. Crimini Bianchi racconta le (dis)avventure di una non meglio precisata squadra di medici-investigatori all’amatriciana guidata da Daniele Pecci, prof-segugio bello e dannato, le cui lezioni universitarie sono superate per interesse solo dai libri di cucina di Maria Scicolone; suo braccio destro è l’avvocato Ricky Memphis, padre coraggio di una teenager che avendolo come genitore dimostra di essere molto più coraggiosa di lui; immancabile la biondazza al seguito: Christiane Filangeri, ex ragazza Tim, oggi Izzie Stevens de noantri, che passa le puntate a sorseggiare acqua minerale e a fissare il vuoto, assumendo ora un’aria interrogativa, ora un’aria perplessa, mentre disegna cerchi con le labbra come se stesse inviando baci muti al suo cameraman di fiducia.

Sinossi della scorsa puntata: un ragazzo si suicida inspiegabilmente gettandosi dal tetto di un ospedale. Il padre dello sfortunato ventenne si rivolge al bel Pecci, convincendolo ad occuparsi del caso, nel nome della coerenza che egli insegna ai suoi allievi dell’università dei dormienti. Si scoprirà molto presto che il suicida era depresso per amore (la creatività della fiction italiana non ha limiti) e la di lui famiglia incolpa l’ex fidanzata un po’ schizzata che, poco tempo prima, lo aveva mollato come un agnolotto in acqua bollente. La ragazza non si dà pace: lei non avrebbe mai voluto la morte così tragica del suo ex, anche perché ne era ancora perdutamente innamorata, come confida in gran segreto alla dottoressa-e-amica Filangeri che per sdebitarsi le insegna la tecnica per superare il record mondiale di cerchi con le labbra in un’unica inquadaratura. Ma la giovane è disperata e tenta a sua volta il suicidio. Per fortuna, l’intuito femminile della Dottoressa Filangeri (che diede la tesi in medicina con la Dottoressa Tirone come relatrice), fa scoprire alla squadra che il ragazzo suicida aveva fatto uso di una crema antibrufoli (sic!) comprata via internet (doppio sic!!) che poteva provocare effetti allucinogeni e spingere al suicidio (triplo sic!!!). Una scoperta talmente sconvolgente che induce lo stesso Pecci a fare irruzione con i colleghi nel bel mezzo di una conferenza stampa in cui i dirigenti della multinazionale farmaceutica produttrice dell’unguento stavano ufficialmente presentando al mondo il Topexan 2.0 come la più grande scoperta della medicina moderna, dopo lo Scioglipancia firmato Wanna Marchi. Fondamentale il ruolo di Memphis che, trovando un motorino abbandonato in un bosco e la sua proprietaria agonizzante distesa due metri più in là, anziché intervenire per tentare di salvare la vita alla ragazza, si ferma ad osservare da ogni angolo il mezzo di trasporto ammaccato, riuscendo a pronunciare, dopo tre quarti d’ora di contemplazione silenziosa del manubrio, la battuta: “ahò, guarda, questo è ‘n motorino!”.

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Chissenefrega

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