Il Genio, Pop Porno e molto di più

Ho preferito attendere di avere sotto alle orecchie l’album di debutto del geniale (di nome e di fatto) duo elettropop “Il Genio“, prima di accodarmi incondizionatamente al trend del momento e procederne alla – scontata – beatificazione. Uscito la scorsa primavera nei circuiti indipendenti, il disco gode oggi di meritata popolarità grazie alla hit “Pop Porno“, diventata un vero fenomeno per opera del passaparola in rete. Da internet, alle radio, alle tv, “Il Genio” è una scheggia impazzita nel panorama pop del nostro Paese, dominato dai soliti giri, dai soliti noti e dai soliti giri di note. Ma “Il Genio” non è solo “Pop Porno”: è un album dagli evidenti francesismi d’ispirazione anni 60 e nel contempo un lavoro underground postmoderno dall’atmosfera consapevolmente lontana dalla realtà, avente come filo conduttore una sana e palese (auto)ironia. Impossibile, per idee e sonorità, paragonare questo prodotto a qualcos’altro: al massimo “il Genio” potrebbe essere definito una fusione a caldo tra i primi Baustelle e “Je T’aime… Moi Non Plus, spinta nella stratosfera del lo-fi sonoro da uno stile personalissimo il cui marchio distintivo è la voce vellutata della adorabilmente miagolante Alessandra Contini.

“Il Genio”, l’album, si apre (a dire il vero, tiepidamente) con “Le Bugie Di Françoise“, forse il brano meno incisivo dell’intero disco e che, dopo un minuto, onestamente stufa. Ma se il primo passo sembra falso, dal secondo brano il duo leccese capitanato da Gianluca De Rubertis, cala gli assi e il livello schizza in alto rimanendo costantemente sublime, fino alla fine, quando tutto finisce ma tu ne vorresti ancora. La traccia due esplode in “Non è Possibile” (“Non sono una professionista / E neanche abbastanza smaliziata / per dire il mio punto di vista / no, non è possibile / che l’uomo sia andato sulla Luna / No, no no / Scusate la franchezza / ma lo pensano molti scienziati“), capolavoro di stesura che viaggia al ritmo dei passi leggiadri di Neil Armstrong sul solo lunare e prosegue con la mai troppo lodata “Pop porno”. Tutto ciò che segue è da mettere in loop infinito, dalla follemente elegante “Applique” (Scrivi di me e divento / poi mi dipingi di vernici / io divento fingo / come fingono le attrici / hai la bocca asciutta / oppure è secco il calamaio / ari un campo e il seme è nero / ma è Gennaio) a quella che in un album comune sarebbe la “ballatona” di metà disco (“Tutto è come sei tu“), ad uno dei brani decisamente più riusciti, “A questo punto“: melodia infantile e ritmo da juke-box, da coreografare obbligatoriamente in virato seppia (Il telefono squilla a dirotto / non rispondo … di me! / è gia tardi, oggi che ho fatto? poche cose ma particolari).

Con “Gli Eroi del Kung Fu” e “L’orrore” si spazia da Bruce Lee a Stephen King in un contrasto generazionale tra culture pop. Se nella prima si esaltano Uma Thurman e gli eroi giapponesi, nella seconda si citano Henry Farrell ed Edgar Allan Poe. “L’orrore”, per arrangiamento, idea e sviluppo thriller, somiglia in maniera terrificante ad una versione evoluta ed erudita di “Disturbia (che, peraltro, è stata scritta sei mesi dopo e ciò rende il tutto ancor più inquietante). “Fortuna è sera” è una evidente metafora che traghetta l’ascoltatore verso la poetica chiusura dell’album con “Povera Stella” (“Sarai la prima mia disfatta / sarai la luna / saprai di salvia / e di vendetta / e di aridità“). Gli ultimi due brani, la beethoveniana elettronicamente modificata “La Pathétique“e “Una Giapponese a Roma“, trash-manga-song anni 90 di Kahimi Karie, sono un po’ messi lì a necessario tributo dei riferimenti musicali della band, ma tutto sommato nell’economia del disco non sfigurano.

Il Genio della coppia De Robertis/Contini non è per tutti. Per una scelta tanto stilistica (fare una electro-underground che riesce a percepire dei dividendi Siae è encomiabile e merita immenso rispetto) quanto di comodo (diciamocelo francamente, oltre alle melodie ansimate la Contini non è in grado di andare, vocalmente, ma in questo contesto funziona benissimo così), il disco non “spinge” mai, ma si abbandona alla forza delle idee (avercene!) e a quel sapore di prodotto confezionato in casa per gli amici e pochi altri, il che gli conferisce la facoltà di guardare dall’alto (ma non con disprezzo, piuttosto con un sorriso di scherno) qualsiasi popstar desnuda in vetta alla Billboard.

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