Polenta e Renga

Per un caso puramente fortuito, nel weekend ho assistito ad un concerto di Francesco Renga. Devo dire che non avrei molto da dire se non che ha un “bel timbro” e che gli invidio il fatto che la sera si corichi con Ambra. Ammetto che su di lui ho svariate lacune discografiche, cioè conosco solo i suoi brani più noti, ma nel complesso ritengo che faccia un discreto cantautorato e che coltivi il suo orticello musicale senza voler strafare. Certo, quando ascolti una sua canzone che non hai mai sentito e negli esatti punti del testo dove ti aspetti che ci sia la parola “cielo” c’è proprio la parola “cielo”, dove ti aspetti che ci sia la parola “blu” c’è proprio la parola “blu”, e dove ti aspetti che ci sia la parola “Ambra” c’è invece la parola “ombra”, forse pensi che non sia un grande creativo, ma tutto sommato si lascia ascoltare, anche quando con giochi di luce teatrali la musica si ferma ed entra in campo la voce dell’amata compagna che snocciola – a mo’ di markettone occulto – frasi a caso estrapolate dal primo libro del cantante (“Come mi viene” – Feltrinelli). Di Francesco Renga una cosa, però, non mi aspettavo: che fosse così coinvolto nello spettacolo. Talmente tanto da flirtare con se stesso ed avere quasi un amplesso col microfono. Il suo modo di reggere il palco, riuscendo ad essere sempre vocalmente al top, mi ha davvero convinto e colpito positivamente. Ed ha valso il prezzo del biglietto (il concerto era gratis).

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