2008: Odissea all’ufficio per l’impiego

Ho finalmente capito qual è la posizione del governo (eh, sì ma che governo?) per contrastare la disoccupazione e il precariato. La nuova Legge n. 188 del 17 ottobre 2007, entrata in vigore lo scorso 5 marzo, prevede che se hai un contratto a tempo indeterminato è impossibile dare le dimissioni dall’azienda per cui presti servizio, perciò devi rimanere lì vita naturaldurante. Se fino a ieri per recedere dal tuo contratto di lavoro bastava una semplice, cara, vecchia raccomandata scritta anche su carta di formaggio e consegnata a mano al datore di lavoro, oggi, per tutti i lavoratori dimissionari in data successiva al 5 marzo 2008, è necessario recarsi in un ufficio pubblico, e perdere mezza giornata della propria vita bestemmiando (è una di quelle cose che non ho mai fatto in vita mia, ma c’è sempre una prima volta, poi sotto Pasqua tempra lo spirito e il corpo).

Il ministero parla chiaro: basta recarsi ad un centro per l’impiego o un ufficio di un qualsiasi comune d’Italia, compilare un moduletto e via, tutto semplice e lineare. Beh, semplice e lineare un corno, visto che l’ufficio per l’impiego del mio comune e dei 3 comuni circostanti, nonchè l’ufficio informazioni di ciascuno dei comuni che ho interpellato, erano sì al corrente di questa nuova procedura per le dimissioni volontarie, ma “il ministero non ci ha ancora attrezzato informaticamente“, per cui sono stato invitato più o meno cortesemente a rivolgermi ad un non meglio specificato ufficio provinciale per l’impiego, per ricevere maggiori informazioni.

Giunto a tale ufficio provinciale, dopo 35 chilometri in macchina in mezzo al traffico del mattino (contro al massimo quattro o cinque se avessi potuto espletare la formalità nel mio comune di residenza o in uno limitrofo), mi trovo una coda di circa trenta persone, tutte in attesa di prendere un modulo da compilare manco fossero i biglietti della lotteria Italia e tutte più o meno dubbiose su cosa scrivere nei campi richiesti. In coda ci sono per lo più stranieri che confabulano tra di loro, copiano l’uno dall’altro, e chiamano al cellulare qualcuno che gli dia supporto. C’è anche qualche italiano di mezza età, altrettanto confuso su come riportare le proprie generalità (“Ma metto il cognome da nubile o da sposata”?) e chi dice a voce non proprio bassa che “solo quel ***** di Prodi poteva inventarsi una ****** del genere” (avrei voluto fare un monumento a quest’uomo [intendo quello che ha detto la frase, non Prodi, eh…]). Tra la confusione generale vedo anche due ragazzi più o meno miei coetanei, con i quali ci scambiamo complici occhiate di rassegnata desolazione mentre compiliamo lo spazio dove ci viene chiesto il numero della carta d’identità. Stamattina quell’ufficio provinciale per l’impiego rappresentava in pieno questa Italia in cui la situazione dei cittadini peggiora non di giorno in giorno, bensì di ora in ora e a nessuno sembra importare nulla. Una situazione che si riassume nella burocrazia ammorbante, nel vociare caotico in una babele di lingue, nelle lamentele impotenti di chi, un po’ più maturo di me, ne ha viste di cotte e di crude in questo Paese, e in chi, come me, ha l’anima svuotata della voglia di lottare o di schierarsi per sostenere un qualsivoglia ideale.

Ci mancava solo che dopo aver compilato il modulo con tutti i dati richiesti, alcuni a mio avviso anche lesivi della privacy (tipo: “motivo delle dimissioni”, cioè caro Ministero, chettefrega?), mi ritrovassi davanti al mio incubo peggiore. Se siete dipendenti statali terminate qui la lettura, perchè sto per prodigarmi in una sequela di improperi demagico-populisti-beppegrillisti, ma quando mi ritrovo in certe situazioni mi manca l’aria, una maledetta voglia (di mandare tutti a quel paese) a intervalli mi riassale e mi sento così male.

Sarà che io che ho un conto aperto da tempo con la categoria delle impiegate statali, sarà che come ogni giovane ragazzo di periferia vivo di sogni, di pregiudizi e di stereotipi, ma ogni volta che entro in un pubblico ufficio io ce la metto tutta per tentare di non farmi sopraffare dai luoghi comuni. Mi ripeto sempre che gli impiegati pubblici non sono come ce li descrivono, che le macchiette esistono solo nei film di Fantozzi degli anni settanta, che non è vero che loro ci fanno attendere i loro comodi perchè quando gli sei davanti non hanno alcun pudore di parlare dei cavoli loro al cellulare o passeggiare per i corridoi sghignazzando mentre usufruiscono delle loro irrinunciabili pause caffè. Ma poi mi capita sempre di essere smentito dalla realtà dei fatti. Ogni volta che ho a che fare con la pubblica amministrazione, io mi ritrovo davanti alla solita impiegata grassona e cecata, dalle dita appiccicaticce a causa del krapfen che ha appena finito avidamente di trangugiare, informaticamente incapace, che per trovare la lettera H sulla tastiera ci mette tre quarti d’ora. Una che ti guarda con una faccia sulla quale puoi leggere “sono simpatica come un clistere” e “ah sì? sei venuto a rompere le balle mentre io stavo finendo la mia partita a Prato Fiorito? Bene, adesso ti sistemo io…”. A che pro devo essere costretto ad aspettare che costei si colleghi al sito del ministero e replichi i miei dati su una form via web, magari scambiando l’indirizzo di residenza con quello del luogo di lavoro, così, incapacitata a resettare la form, e ad usare la combinazione di tasti “tab+maiusc”, sia costretta ad “uscire da tutto e rientrare” e a ricominciare l’inserimento dei dati daccapo (temevo quasi che staccasse la spina del pc e lo gettasse dalla finestra), con una coda di persone fuori dall’ufficio scalpitante come alla partenza del Palio di Siena? E’ assurdo che per poter esercitare un proprio diritto un cittadino nell’anno 2008 sia costretto ancora a fare carte bollate, timbri e firme sopra triplici copie di scartoffie utili come un frigorifero al Polo Nord.

E tutto questo nell’ “efficiente” Veneto. Riassumendo: pessimismo e fastidio (slogan vecchio ma sempre attuale).

(Schema in alto liberamente tratto [e adeguato] dal sito del Ministero del Lavoro)

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