Casa dolce casa

Se camminate per strada e salutate uno che vi risponde abbaiando, ecco quello sono io. Ma non è colpa mia, è colpa dello stress a livelli astronomici accumulato negli ultimi giorni. Un paio di appunti per me stesso, in maniera da affrontare con maggior serenità la prossima trasferta:

Caro Chissene, la prossima volta che parti, ricordati di riguardare (minimo 30 volte) se in valigia hai messo tutto, tipo dei calzini di ricambio. Perché passando una intera settimana sempre con lo stesso paio ai piedi succede questo: il martedì sembrano muoversi autonomamente e verso mercoledì sera prendono miracolosamente vita. Però puoi farci delle lunghe ed interessanti chiacchierate per sconfiggere la solitudine mentre sei nella tua stanza d’albergo e guardi l’Isola dei Famosi. Il calzino destro, peraltro, è stato molto turbato dall’eliminazione di Paul Belmondò. Talmente tanto che voleva suicidarsi buttandosi nel gabinetto. L’ho salvato in extremis, per fortuna, altrimenti avrei dovuto uccidere anche il sinistro.

Cara collega né giovane, né simpatica, né sveglia, né appetibile, tu che vesti con tristi gonne di pannolenci ritagliato col taglierino che sembrano uscite dall’armadio di Pippi Calzelunghe, tu che indossi maglioni in impura lana poco vergine fatti a ferri (probabilmente arrugginiti), ispirati ad un cartamodello di Famiglia Cristiana dell’83, tu che trascini i tuoi polverosi mocassini dalla suola consunta che non vorrebbero neanche quelli della Caritas, tu che hai nella tua Renault 5 ancora la bandiera arcobaleno-sbiadito della pace, tu che sei vegetariana come una capra smunta, tu che sei contro la globalizzazione e non bevi Coca Cola, tu che ti curi solo con l’omeopatia perchè “medicina uguale veleno“, tu, ecco tu, proprio tu. Tu non mi conosci: infatti, dietro all’immacolato aspetto da gggiovane angioletto, si nasconde una vera carogna. Se io ti offro una caramella alla menta, per esempio, non mi aspetto che tu mi risponda offesa che “non mangi mai quelle porcherie perchè sono piene di coloranti cancerogeni“. Il mio non è un gesto di cortesia. No: mi aspetto che te la ingoi (anche senza sperare che ti vada di traverso, per carità) solo ed esclusivamente perché il tuo alito è fetido come il bidone dell’umido sotto il lavello che hai dimenticato di svuotare prima di partire per le vacanze. Scusa, ma se devo passare un’altra settimana gomito a gomito con te, io ti porto una bottiglia di Listerine riempita di Wc-net, vediamo se stavolta sarai più brava a leggere tra le righe.

Cara studentessa universitaria biondina giovane e carina dai capelli morbidamente raccolti, dal fisico asciutto e dal trucco leggero, che profumavi di fresco e sottolineavi frasi su un libro di storia dell’arte seduta nel mio stesso scompartimento di prima classe dell’intercity delle 06.25. Si vedeva che sei una ragazza impegnata, che di Cimabue, Giotto e Duccio di Buoninsegna ti interessa davvero. Si vedeva che sei una che non ha grilli strani per la testa, che la tua bellezza è sincera e pulita, merce rara oramai, che lo scopo della tua vita non è raccogliere firme affiché in televisione venga riproposto Passaparola per poter andare a farti assumere come letterina interinale passando per il letto di un produttore, l’ho intuito dalla dolcezza con cui hai fatto quella telefonata sottovoce a mammà. Posso dirtelo? Ho avuto un colpo di fulmine. Durato un quarto d’ora. Fino a quando, cioè, hai aperto il giaccone ed ho intravisto la tua …felpa di Che Guevara.

Cara tizia non giovane dal fisico appesantito e dalla palpebra calante seduta nel mio stesso scompartimento di prima classe dell’eurostar delle 17.05. Insieme a noi c’erano un uomo di mezza età che parlava in tedesco, il sosia di Gianni Morandi (con 300 chili in più), un uomo di colore (presumibilmente uno spacciatore nordafricano travestito da gestore-di-discoteche anni 90) e un manager in carriera che leggeva un libro di psicologia spicciola comprato su una bancarella, intitolato “Come esercitare il proprio fascino sugli altri” (o una cosa del genere). Perché hai scelto di chiedere a me se si poteva far spegnere l’aria condizionata? Beh lo so il perché: il tedesco non avrebbe capito una cippa, il sosia ciccione di Gianni Morandi era teneramente assopito ed ogni tanto sbavava pure, il nordafricano ti avrebbe assunto come ragazza immagine, il manager ti avrebbe sedotta con l’ipnosi grazie a quanto appreso dalle sue letture. Ma soprattutto, perché io mi sono accollato la responsabilità di rispondere a nome di tutti “non c’è problema”? Dopo cinque-minuti-cinque, dopo che avevi tirato fuori dal tuo bagaglio qualsiasi genere di straccio per coprirti ed ormai con la tua palpebra ancor più appesantita di te stessa cadevi tra le braccia di Morfeo (e mentre la temperatura si era fatta ormai equatoriale), io sono stato costretto ad assistere alla versione su rotaia di Full Monty, con protagonisti un tedesco spaesato, un ciccione bavoso, un africano tamarro ed un manager intellettuale che sudavano come stambecchi selvatici. I quattro, alzatisi tutti in piedi contemporaneamente, si denudavano utilizzando chi la maniglia della porta, chi quella del finestrino, come punto di appoggio per le loro coreografie da peepshow. Il tutto mentre io simulavo un principio di ischemia cerebrale (e continuavo a sudare pure io come uno stambecco selvatico nel mio maglione, pur di non interpretare il quinto personaggio dell’aberrante strip tease).

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