Bombay

Gianni Boncompagni è sempre stato più bravo a parole che a fatti. Lui stesso annunciò Bombay come una trasmissione “anarchica e agnostica, con un uso innovativo degli ospiti“. La teoria c’era; la pratica, no.

Bombay sarebbe “anarchica” perché va in onda da una claustrofobica cabina di regia con trecentocinquanta persone inutili attorno, gran parte delle quali sono probabilmente le pronipoti delle ragazze di “Non è la Rai” (ah, beh!). “Agnostica perché Claudio Sabelli Fioretti interpreta il Padreterno, Dio di tutte le religioni (Riccardo Rossi nei panni di Cenerentola tre lustri fa era più trasgressivo). “Uso innovativo degli ospiti” perché utilizza Andreotti come opinionista mettendogli uno stetoscopio al collo e facendogli recitare la misera parte del medico delle dive, manco fosse Walter Nudo alla clinica Life di Incantesimo.

Il regista appare stanco, fuori forma, e poco sul pezzo (c’ha anche un’età, o che fosse l’emozione del debutto?). Giovanni Benincasa, ottimo autore in altre occasioni, tenta di rivestire il ruolo della nuova Ambra, ma non saprebbe tirare fuori nulla dal suo zainetto se non fosse per Chiambretti e Magalli, ospiti che nella inconcludenza generale riescono a risollevare quel poco che c’è di risollevabile.

Se non avessi mai visto un programma di Boncompagni, direi che Bombay è una scemenza stratosferica. Siccome ho ben stampati nella mente tutti i programmi di Boncompagni, posso sbilanciarmi tranquillamente e dire che Bombay non solo è una scemenza stratosferica, ma è soprattutto una delusione cocente: non è trash, non è di qualità, non informa, non disinforma, non è interessante, non è divertente, in soldoni non è niente.

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