Avril Lavigne VS Melanie C

Premessa: avrei voluto mettere a confronto i nuovi album di Avril Lavigne e Hilary Duff scrivendo un post unico, in quanto li pensavo due prodotti omologhi. Avrei voluto tentare l’esperimento sociologico di far misurare le rispettive fazioni dei fans: Hilary Guelfi contro Avril Ghibellini. E invece Hilary mi ha spiazzato, per cui ho dovuto trovare una sostituta in tempi brevi: alla fine sono stato costretto a ripiegare su Melanie C. In questo caso ci troviamo effettivamente davanti a due prodotti intercambiabili, come il Vetril e il Chante Clair. Io non ne uso nessuno dei due, ma se proprio dovessi mi butterei sul Vetril che è un po’ più aggressivo, ma non rovina le superfici. Certo, neanche il Chante Clair rovina le superfici, ma mi sembra meno efficace.

Avril Lavigne aveva detto che nel suo nuovo album voleva fare qualcosa di “totalmente diverso”. Aveva anche detto di disprezzare le ragazze che seguivano la moda. Ma l’incoerenza non è sempre negativa: ora lei è tutto cio che denigrava (ma ne abbiamo già parlato) e il suo ultimo disco è tutt’altro che originale. “The best damn thing” è un necessario passo indietro, che richiama alla mente la freschezza di “Let go” e si lascia alle spalle il mortorio di “Under my skin”. E’ un disco vitale e alquanto bambinesco, nonostante Avril professi la sua maturità come donna e come artista. Sebbene io ci senta un po’ di Alanis Morissette (e anche un po’ di Ligabue, ma forse ho le orecchie tappate dal cerume), purtroppo il disco ha un retrogusto eccessivo di già sentito. Anche se alcuni brani sono decisamente riusciti (Runaway, Hot, Innocence) altri rendono davvero poco (Everything back but you, I Don’t have to try). A dispetto di tutto, Avril si fa amare con la trovata della traduzione in italiano (che io sospetto sia un fake, come mi suggeriscono Paoloechiaro), ma è comunque qualcosa che ci potrebbe stare.

Melanie C, invece, non ci pensa proprio a tornare sui suoi passi e preferisce stare ferma immobile dove peraltro è rimasta negli ultimi anni: su una bancarella in spiaggia a vendere piadine fatte in casa. Anche perchè, visto che i suoi fans mi hanno educatamente spiegato che lei non fa dischi per vendere, ma solo per riempire qualche quarto d’ora della sua vita monotona, che lei non è schiava del mercato e delle case discografiche, ma è fiera e coraggiosa produttrice di se stessa, sinceramente non mi spiego come faccia a campare, visto che non se la calcola proprio nessuno. “This Time” è il giusto epitaffio per una carriera solista schiantatasi al suolo pochi centimetri dopo il decollo. Il suo ultimo disco, oltre ad essere inutilmente uguale al precedente, è anche totalmente preciso a se stesso. Un album decisamente fiacco, ma (volendo sforzarsi) sostenibile fino alla titletrack, nella quale Melanie canta ansimando come se stesse partecipando alla maratona di New York, e che poi (fatta salva la quasi discreta “Carolyna“) cede il passo allo sbadiglio. L’ultima traccia, ovvero il primo singolo uscito (e probabilmente anche ultimo), “I Want Candy“, non c’entra proprio un tubo con il resto dell’album, per scelte tecniche e sonorità: fa l’effetto del manico di una tazza attaccato con il bostik ma, nel complesso, risulta essere il miglior pezzo del disco (e ricordiamoci che è una cover). L’unica cosa che rompe la monotonia in “This Time” sono le pause di silenzio tra una traccia e l’altra. Meno male che la ex Spice Girl produttrice di se stessa non ha ancora avuto l’idea così alternativa di sopprimere anche quelle.

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