Alpha Dog

Questa cosa che se uno si anabolizza i bicipiti, fa un po’ di addominali, tiene la barba lunga di due giorni, si fa dei tatuaggi con l’uni-posca e diventa automaticamente il nuovo sex symbol di Hollywood, io non me la bevo. Perché per me Justin Timberlake rimane lo sfigato ballerino di fila degli nsync, almeno finché non farà qualcosa di realmente degno di farmi cambiare idea. E diciamoci la verità: chi è che sarebbe andato mai a vedere Alpha Dog se non per una certa curiosità di accertarsi come se la cavava sul grande schermo il cantante di “sexy-back“, e stroncarlo? E stroncatura sia! L’interpretazione di Justin, infatti, è alquanto anonima, ma si trova a suo agio con quelle al limite del dilettantesco degli altri protagonisti del film (la maggior parte proviene da ruoli secondari in serie tv, cosa che pensavo succedesse solo da noi, visto che Luca Argentero è passato dal Grande Fratello a Carabinieri a Saturno Contro di Ozpetek).

Alpha Dog (la cui trama è poco più che un soggetto sottosviluppato), scritto e diretto da Nick Cassavetes (distante anni luce dal talento di papà John – dice Massimo Bertarelli su Il Giornale – ) racconta in chiave pseudodocumentaristica la storia vera del giovane Jesse James Hollywood (qui ribattezzato Johnny Truelove), spacciatore della periferia di Los Angeles, che con la sua crew di amichetti sbandati e fumati sequestra il fratello di un suo debitore. La prima metà del film è assolutamente trascurabile, con dialoghi puerili, turpiloquio eccessivo e una superficiale rappresentazione dello stereotipo dell’americano giovane e benestante ma perennemente annoiato e alla ricerca di stimoli, tutto canottiera, pick-up e musica rap. Poi il film prende un po’ di vita e riesce a coinvolgere lo spettatore, anche se rimane un generale senso di futilità che sembra avere come alibi il voler raccontare dei fatti in maniera troppo oggettiva, senza dare giudizi su cosa è bene e cosa è male. L’epilogo è doppiamente tragico e vede impegnati la madre della vittima (Sharon Stone) e il padre del carnefice (Bruce Willis) in due camei in stile finta intervista de “La vita in diretta“, che comunque sono le uniche scene in cui finalmente traspare un minimo di professionalità e impegno sul piano recitativo.

La sintesi migliore la fa Violetta Bellocchio su Rolling Stone, che chiosa: “Cassavetes si incarta tra la voglia di realismo e il bisogno di tirare la morale. La cosa che gli riesce meglio è titillare le fantasie dello spettatore-tipo: maschio, adolescente, famiglia media, sogna Bukowski ma si accontenta di Lucignolo“. Pienamente d’accordo.

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