Reporter rampanti

In questi giorni la categoria dei giornalisti (o per meglio dire, di certi giornalisti) è particolarmente insopportabile.

Non sopporto quelli che fanno l’analisi grammaticale e filologica di ogni singola virgola registrata durante l’intervista con una persona insospettabile che si scopre poi essere la principale indiziata di un reato. Esempio più recente (senza voler tornare indietro fino a Cogne): il caso del “vicino di casa” della famiglia uccisa a Erba, nelle cui parole pronunciate dopo il delitto (quando era ancora solo il semplice abitante della porta accanto), si cercano morbosamente in maniera retroattiva, inesistenti indizi che ne testimonino la colpevolezza. Si analizzano i respiri, le sgrammaticature, le pause. Come a voler dire “beh, se uno sbaglia un conguintivo deve per forza essere il killer e noi che l’avevamo intervistato per primi ne eravamo già certi, ma non ve l’abbiamo detto perchè siamo troppo furbi”.

Non sopporto quei giornalisti che vivono per settimane sulla scia di scoop altrui, tentando di replicarli ben sapendo che quando l’indignazione popolare è già stata sollevata, vivere di luce riflessa è assai semplice. Come la vicenda del degrado delle strutture ospedaliere. Fabrizio Gatti, l’autore dell’ormai stranoto servizio dell’Espresso merita un plauso (anche per aver pubblicato i video dei suoi reportages su internet), ma tutti quelli che oggi si mettono occhiali neri e baffi finti, e si appostano nelle corsie nascosti dietro ad una pianta rinsecchita, gridando allo scandalo quando vedono una carta di caramella buttata fuori da un cestino, sono veramente dei professionisti risibili.

Per non parlare di quelli che l’anno scorso “questo è l’inverno più freddo degli ultimi 1500 anni” e quest’anno “questo è l’inverno più caldo degli ultimi 1500 anni“.

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