Della pupa e del secchione
Scritto da Chissenefrega il 7 Novembre 2006 – 00:21 -
“La pupa e il secchione” è destinato a rimanere un simbolo nella storia degli ultimi anni di questa televisione malsana, una storia scritta con una Replay cancellabile su fogli di carta igienica. Da tempo un programma non riusciva a dividere pubblico e critica in maniera così netta, riuscendo anche a strappare tante grasse risate. Da tempo non si spendevano fiumi di inchiostro, di megabytes e di corde vocali per scrivere o parlare di una trasmissione tv. E non solo della trasmissione in sè, ma soprattutto di ciò che ha rappresentato nell’immaginario collettivo.
La pesante trasformazione del format originale, da esperimento sociologico a comedy show, da documentario verità a varietà a tarallucci e vino, ha giovato, creando un interessante mix tra fiction e realtà, tra una sitcom con le risate finte e la scritta “applausi” lampeggiante, e la vita vera con in gioco i sentimenti, le competizioni, le lacrime, la noia, le gioie e i dolori della convivenza forzata. L’ironia e il senso di follia che aleggiavano come banchi di nebbia in Valpadana, la consapevolezza di essere nient’altro che spazzatura, l’elogio contemporaneo della commedia sexy degli anni 70 e della cultura teen anni 90, sono stati frullati e inseriti nel dna geneticamente modificato di inconsapevoli aspiranti veline poco acculturate e sfigati aspiranti ingegneri poco playboy. Le pupe e i secchioni hanno incarnato lo spessore del programma (più o meno spesso come una sottiletta Fila e Fondi) e ne hanno rappresentato l’essenza (essenza di gravità, oserei dire, nel senso che è essenzialmente grave che un programma del genere sia stato concepito, e adesso ci aspetta una invasione di cloni che ci faranno ben presto rimpiangere l’originale).
Ma, sotto sotto, abbiamo anche atteso con ansia quelle serate di evasione, molto più appaganti di quella fiscale, all’insegna del trash voluto e ingegnosamente creato ad arte. Per guardare e riderci su, per sbeffeggiare e criticare cinicamente. Ma mai, e dico mai, pensando di riconoscerci neanche lontanamente negli stereotipi rappresentati e argutamente estremizzati dagli autori. Noi che non siamo in tv, non siamo certo così ignoranti come le pupe, né così imbranati come i secchioni. “Come si fa a non riconoscere Dante? Io non sarò la sosia di Paris Hilton, ma almeno ho fatto le elementari!” avranno pensato molte fanciulle al di qua del teleschermo. “Come si fa a non aver ancora baciato a trentun anni? Non saprò i nomi di tutte le costellazioni, ma almeno vado fiero di quella volta che ho beccato la mononucleosi!” sarà stato il pensiero del telespettatore maschio non-secchione medio.
Ma cosa rimane, oggi, delle pupe e dei secchioni? Cosa abbiamo imparato dalle vicende di Rosy e Sala, Mary e Rampinelli, Ilaria e Monti? La morale è sempre quella. Sia che tu ti sia laureato a pieni voti o che non abbia neanche terminato la scuola dell’obbligo, la fama, la notorietà e la voglia di comparire (anche a costo di essere umiliato e deriso dalla società, la stessa società che poi ti chiede l’autografo, spesso su un pagherò) sembrano ormai essere il must del nostro tempo. E sia per le sventole senza diploma che per i geek cum laude, dopo tutte le fatiche del reality, anziché tornare a fare la commessa o l’impiegato interinale, un bel trenino a Buona Domenica e qualche serata effimera come ospite in discoteca, sono delle ricompense più che adeguate.
Pubblicato in Amalia Accinelli, Elisa Del Monte, Ilaria Monti, La pupa e il secchione, Loredana Pace, Mary Rampinelli, Nora Congedo, Reality, Rosy Sala, Silvia Abbate, Silvia Spinò, Televisione, Trasmissioni |

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Novembre 7th, 2006 at 19:15
“mondo marcio” ha capito tutto..
Maggio 13th, 2007 at 11:59
CERTI PROGRAMMI SN DAVVERO INGUARDABILI…
Maggio 13th, 2007 at 12:16
@cecy:brava