Esequie trash

Stamattina sono stato ad un funerale. Erano secoli che non andavo ad un funerale, anzi, per la precisione, erano secoli che non mettevo piede in una chiesa.

Non pensavo che i funerali, anche qui da noi, fossero stati talmente “americanizzati” da diventare simili a quelli che si vedono nelle serie tv d’oltreoceano e influenzati addirittura dalla tv di genere.

Mi spiego meglio.

I ricordi che ho delle funzioni religiose, legati sopratutto alla mia infanzia/adolescenza, sono indubbiamente di qualcosa di assolutamente rigido, preorganizzato, scritto e letto senza neanche un minimo di improvvisazione. Quella che ho visto oggi, invece, è stata una cerimonia ai limiti del trash e del politically incorrect. Sono cinico, lo so. Ma non posso restare indifferente di fronte ad un parroco che sbaglia il nome e l’età del povero defunto, non posso restare indifferente di fronte ad alcuni partecipanti che, con una temperatura equatoriale, erano tappati come se stessero partecipando alla notte degli oscar. Per non parlare delle “letture” iniziate poi interrotte perché al lettore viene fatto presente che ha sbagliato la pagina da leggere, dei cellulari che squillano maleducatamente e del chiacchiericcio pettegolo della gente assiepata fuori dalla chiesa, perché, all’interno non c’è più posto. E non posso nemmeno ignorare il momento dello “scambio del segno della pace”, in cui per due minuti, la chiesa si trasforma nel mercatino rionale in cui tutti si muovono, camminano, si cambiano di posto, scambiano parole sottovoce e sorrisi ammiccanti, dimenticando qualsiasi rispetto per quella bara che dal centro della chiesa chiede nient’altro che pietà.

Ma il momento clou si ha alla fine della celebrazione, quando, e qui sta a mio avviso la novità a cui non avevo mai assistito, chiunque (amici, parenti, conoscenti) possono impossessarsi del microfono e dire ciò che vogliono.

E’ sempre pericoloso quando succede, è pericoloso quando lo spettacolo prosegue senza canovaccio, è pericoloso quando sul palco si lascia che a farla da padrona sia l’improvvisazione. Ecco allora le polemiche contro il mondo per una morte improvvisa e violenta, ecco chi ricorda tutto ciò che di bene il de cuius ha fatto per la comunità. Ma soprattutto, ed ecco il vero momento topico, può anche succedere che ad un funerale, uno degli amici più stretti del morto prenda in mano il microfono e si metta a recitare la preghiera di Zequila. Si, proprio quella. La stessa che “Er Mutanda” ha spacciato per sua all’isola dei famosi, trasformandola di fatto nella fesseria più trash che bocca umana può pronunciare.

La chiusura in bellezza fa scattare in automatico l’applauso della platea (io, per la cronaca non ho applaudito), ed è subito reality show. Il caldo c’era, mancavano solo le palme e Simona Ventura, poi avremmo fatto l’en plein. Lo scrivo qui sperando che valga come testamento: quando morirò io voglio ballerine brasiliane e il televoto per scegliere il loculo dove la mia bara dovrà essere accomodata. Lo esigo. Sono stato cinico, lo so. Ma chissene…

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