
Età media dei giudici di The Voice of US: 35 anni; età media dei giudici di The Voice of Italy 54 anni. Che ci vuoi fare? Ci arrangiamo come possiamo, con i pochi ingredienti (stagionati) che passa il convento (tanto ci penserà Maria de Filippi a svecchiare il panorama delle giurie dei talent, mettendo il gggiovane deejay Gabry Ponte a presiedere quella di Amici). In Rai, per il debutto del talent show di “nuova generazione” ideato da John de Mol, si punta tutto sul vetusto Riccardo Cocciante, outsider inaspettato, sbocciato con una Margherita ed appassito con Lola Ponce; su Piero Pelù, rocker anni 90 in bolletta, che mentre cantava dell’amore immaginato con Anggun è stato sostituito nei Litfiba da un Cavallo che probabilmente oggi trovi abusivamente tritato nelle polpette Ikea; su Noemi alias Veronica Scoppelliti, la reduce dai talent dalla tinta per capelli troppo cheap che si affretta a specificare nelle interviste che questo “non è un talent”; sull’inossidabile Raffaella Carrà, che insieme a Pippo Baudo, è ormai l’unica superstite di una tv vintage fatta di antenne telescopiche e monoscopi da parati, (r)intronata sullo scranno di The Voice come risarcimento per essere stata in panchina troppo a lungo.
Su questo blog, è cosa nota, si è sempre parlato bene del format nella sua versione americana (quest’anno, oltreoceano, vanno in onda ben due edizioni e tutti attendono le performance dei nuovi giurati Shakira e Usher, che hanno preso il posto di Christina Aguilera e Cee Lo Green). Il fatto che da noi si sia optato per una puericoltura sulla rete cadetta in vista di un salto sull’ammiraglia, è una scelta rischiosa per una tv che usa e consuma tutto istantaneamente; il programma (sulla carta) sarebbe talmente forte da essere più che mai adatto a funzionare anche in una collocazione ben più ambiziosa (il venerdì o sabato sera di Raiuno) come fa già Italia’s Got Talent coi suoi ascolti bulgari su Canale 5 (cioè: su Italia Uno avrebbe avuto la stessa fortuna?), e potrebbe paradossalmente trovare poco terreno fertile su una Raidue, il cui pubblico abitudinario del giovedì non è mai stato troppo affezionato ai programmi di intrattenimento.
The Voice, oltre che sulla voce dei concorrenti selezionati tramite “provini al buio”, punta anche su una buona dose di emotainment. Ingrediente che necessita di essere ben calibrato per avere uno spettacolo che sia in grado di coinvolgere coniugando capacità artistiche, personalità, ragione e sentimento. Il format prevede un certo buonismo di base, ma è obbligatorio andare oltre. Io nel prossimo futuro mi aspetto: ottime vocalità dei concorrenti, scelte musicali non banali, buona dialettica ed interazione tra i giudici, montaggio veloce, regia scaltra, conduzione essenziale, interazione coi social network. E di tutto ciò stasera si è visto ancora troppo poco: diamogli tempo di crescere, ma nel complesso non l’ho trovato particolarmente entusiasmante; la cosa più preoccupante è che tutto sembra avere ancora un gran retrogusto nostalgico dell’ XFactor made in Rai.
Mi auguro che non si finisca – come spesso accade con gli adattamenti italiani dei format tv – nel cul de sac del pasticcio stucchevole e raffazzonato adatto solo per casalinghe lacrimevoli in età da Tena Lady. A giudicare dal fermento che c’è in rete, sembra che il debutto abbia funzionato. Vedremo cosa diranno gli ascolti: fatti recenti ci insegnano che l’entusiasmo di internet e la certezza di avere un “buon programma”, non sono sufficienti a scongiurare una non vittoria, perché all’ultimo momento c’è sempre un Canale 5 (stelle) che ti si mette di traverso.





