The Voice of Italy

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Età media dei giudici di The Voice of US: 35 anni; età media dei giudici di The Voice of Italy 54 anni. Che ci vuoi fare? Ci arrangiamo come possiamo, con i pochi ingredienti (stagionati) che passa il convento (tanto ci penserà Maria de Filippi a svecchiare il panorama delle giurie dei talent, mettendo il gggiovane deejay Gabry Ponte a presiedere quella di Amici). In Rai, per il debutto del talent show di “nuova generazione” ideato da John de Mol, si punta tutto sul vetusto Riccardo Cocciante, outsider inaspettato, sbocciato con una Margherita ed appassito con Lola Ponce; su Piero Pelù, rocker anni 90 in bolletta, che mentre cantava dell’amore immaginato con Anggun è stato sostituito nei Litfiba da un Cavallo che probabilmente oggi trovi abusivamente tritato nelle polpette Ikea; su Noemi alias Veronica Scoppelliti, la reduce dai talent dalla tinta per capelli troppo cheap che si affretta a specificare nelle interviste che questo “non è un talent”; sull’inossidabile Raffaella Carrà, che insieme a Pippo Baudo, è ormai l’unica superstite di una tv vintage fatta di antenne telescopiche e monoscopi da parati, (r)intronata sullo scranno di The Voice come risarcimento per essere stata in panchina troppo a lungo.

Su questo blog, è cosa nota, si è sempre parlato bene del format nella sua versione americana (quest’anno, oltreoceano, vanno in onda ben due edizioni e tutti attendono le performance dei nuovi giurati Shakira e Usher, che hanno preso il posto di Christina Aguilera e Cee Lo Green). Il fatto che da noi si sia optato per una puericoltura sulla rete cadetta in vista di un salto sull’ammiraglia, è una scelta rischiosa per una tv che usa e consuma tutto istantaneamente; il programma (sulla carta) sarebbe talmente forte da essere più che mai adatto a funzionare anche in una collocazione ben più ambiziosa (il venerdì o sabato sera di Raiuno) come fa già Italia’s Got Talent coi suoi ascolti bulgari su Canale 5 (cioè: su Italia Uno avrebbe avuto la stessa fortuna?), e potrebbe paradossalmente trovare poco terreno fertile su una Raidue, il cui pubblico abitudinario del giovedì non è mai stato troppo affezionato ai programmi di intrattenimento.

The Voice, oltre che sulla voce dei concorrenti selezionati tramite “provini al buio”, punta anche su una buona dose di emotainment. Ingrediente che necessita di essere ben calibrato per avere uno spettacolo che sia in grado di coinvolgere coniugando capacità artistiche, personalità, ragione e sentimento. Il format prevede un certo buonismo di base, ma è obbligatorio andare oltre. Io nel prossimo futuro mi aspetto: ottime vocalità dei concorrenti, scelte musicali non banali, buona dialettica ed interazione tra i giudici, montaggio veloce, regia scaltra, conduzione essenziale, interazione coi social network. E di tutto ciò stasera si è visto ancora troppo poco: diamogli tempo di crescere, ma nel complesso non l’ho trovato particolarmente entusiasmante; la cosa più preoccupante è che tutto sembra avere ancora un gran retrogusto nostalgico dell’ XFactor made in Rai.

Mi auguro che non si finisca – come spesso accade con gli adattamenti italiani dei format tv – nel cul de sac del pasticcio stucchevole e raffazzonato adatto solo per casalinghe lacrimevoli in età da Tena Lady. A giudicare dal fermento che c’è in rete, sembra che il debutto abbia funzionato. Vedremo cosa diranno gli ascolti: fatti recenti ci insegnano che l’entusiasmo di internet e la certezza di avere un “buon programma”, non sono sufficienti a scongiurare una non vittoria, perché all’ultimo momento c’è sempre un Canale 5 (stelle) che ti si mette di traverso.

Masterchef 2 – I tre finalisti

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masterchef2 la finale

Dopo aver inspiegabilmente protetto fino alla fine l’attempata geisha Daiana (ha due mariti che ama entrambi), il semianalfabeta Ivan (la sua parodia sgrammaticata è già un cult su Twitter) e la napoletana Marika (miracolata solo per salvaguardare la quota gnocca), Masterchef Italia edizione due giunge all’attesa finale.

I miei preferiti sono stati eliminati da quel dì: erano Paola (casalinga milanese bionda e snob che ha avuto il merito di portare un po’ di sana ironia radical chic nella cucina di Masterchef risultando ahimé non compresa fino in fondo) e Nicola (lo sguattero che cucinava con la sigaretta in bocca sperando di fare il salto di qualità dai lavelli ai fornelli).

Inutile ribadire che dal punto di vista della confezione televisiva, la ricetta di Skyuno (che ha privato i telespettatori non paganti anche delle repliche: ANATEMA!), si riconferma di grande qualità; Masterchef ha un gusto equilibrato: ogni ingrediente risulta dosato al punto giusto e ben amalgamato ad una narrazione mai prevedibile; l’impiattamento su un letto di montaggio serrato, con una spolverata di momenti ora tensivi, ora appassionanti, ora drammatici, ora buffi, gli conferisce mille stelle Michelin. Una delle cose belle di Masterchef è che tutto è presentato in maniera talmente epica che anche il pressure test per fare il purè sembra fondamentale per i destini del mondo. E quando sei al top della tensione, arrivano liberatori il “dai ca**ooooooo” di Cracco, il lancio dei piatti di Bastianich,il ”Mapazzòne” di Barbieri (termine ormai entrato nel vocabolario comune).

Se, come e meglio dell’anno scorso, il format non presenta la minima pecca, giudicando il cast di quest’anno, effettivamente, si poteva fare meglio. Considerati i tre superstiti che si giocheranno la finale non ci resta che tifare per il “meno peggio”, sperando che nessuno abbia mentito sulle presunte lauree riportate nel curriculum.

1) Tiziana, l’avvocato. Insieme a Lady Gaga, Daria Bignardi e la voce metallica del risponditore automatico Vodafone, è una delle donne più odiose delle terre emerse. L’anno scorso mi lamentavo della perfidia e della supponenza della finalista altrettanto poco longilinea Luisa ( “La reincarnazione satanica e appesantita di Marisa Laurito” autocit.), ma dopo aver visto la tracotanza di Tiziana sembrano simpatici e amorevoli anche quei dittatori africani che fanno stragi di bambini. Il montaggio ha giocato a suo sfavore enfatizzandone l’arroganza ed accentuando le reazioni di odio ai suoi atteggiamenti da parte dei suoi colleghi (che l’hanno giustamente isolata da ogni gruppo e ne hanno detto peste e corna alle spalle). Ad un certo punto, però, qualcuno dalla regia si è ricreduto ed è scattata l’operazione telenovela (già inaugurata con la stessa Luisa, peraltro) per intenerire almeno i cuori di qualche telespettatore romantico. L’avvocato, a causa di una tanto furibonda quanto strumentale lite con lo chef Cracco, dopo aver abbandonato la gara ed essersi seduta innervosita fuori dalle scene, si rende conto che nessuno può lasciare Tizy in un angolo e realizza che l’insolenza di Cracco nei suoi confronti è in realtà tutto amore inespresso che cresce di puntata in puntata e culmina nell’appassionata ospitata dell’avvocato nella cucina privata del ristorante dello chef, come ricompensa per aver vinto una prova. Quello che è successo sopra quei piani cottura, a telecamere spente, non è dato sapere.

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Festival di Sanremo 2013 (aspettando la finale, ovvero quattro serate che potevano benissimo essere concentrate in una sola)

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sanremo 2013

Oddio, ma è cominciato Sanremo? Non me n’ero accorto! Recuperiamo un po’ di copertura all’evento musicale dell’anno (dopo la gara di rutti alla sagra del salame con l’aglio) superando alcuni problemi tecnico – logistici, ma soprattutto mettendo un attimo da parte la mia #vogliadifaresaltamiaddosso. C’è comunque sempre Facebook e soprattutto Twitter per i commenti a caldo durante la diretta, sintetici e superficiali come ci pppiacciono tttanto a nnnoi gggiovani tttrendy (lo dico magari qualcuno fosse sbadato e vivesse su un altro pianeta e magari è precipitato sulla terra cinque minuti fa insieme alle meteoriti russe e non sa che ormai Twitter rulla the world).

Edizione numero 63 del Festival dunque, sicuramente una tra le meno criticabili degli ultimi anni a livello di  ”allestimento”, che trasuda fabiofaziosità da ogni angolo. E’ indubbio che il conduttore di “Che tempo che fa” sia stato chiamato per apportare il suo stile pacato (per non dire “seduto” o addirittura “prostrato”) alla kermesse canora, perlopiù in un momento particolarmente delicato per la vita del Paese; ma l’impressione è quella che Fazio avesse intenzione di fare una specie di “Vieni via con me” in Ferrari e invece si è trovato per le mani una vecchia Graziella a causa della spending review in casa Rai. E il fatto che Asaf Avidan sia stato l’unico ospite che ci siamo potuti permettere la dice lunga (e la dice lunga anche la reazione estasiata del pubblico ai suoi strazianti lamenti. Credo che il pubblico di Sanremo sia precipitato sulla terra cinque minuti fa insieme alle meteoriti russe).

Se Sanremo ci ha abituato nel tempo ad essere uno spettacolo televisivo caciarone e trash, quest’anno è stato tutto fin troppo sobrio, flemmatico, a tratti lugubre. E anche nei momenti in cui ci si sarebbe potuti  aspettare il peggio del peggio (ad esempio le ospitate di Cutugno o Al Bano) non c’è stata sorpresa, tensione, narrazione, empatia e tutto ha avuto un retrogusto di menù fatto in casa a cui è mancato quel quanto basta di sale, pepe e fantasia. La comparsata di Carlo Cracco l’altra sera dovevano sfruttarla un po’ meglio.

Il clima generale è stato ben rappresentato dalla regia: lenta, ritardataria e poco reattiva, proprio come le palpebre di Fabio Fazio che quando si fanno le 11 cadono a mezz’asta. A quell’ora nemmeno la Littizzetto riesce a dire “Walter” senza impappinarsi; la sensazione è che i due conduttori, sebbene affiatati e rodati da anni di convivenza televisiva, funzionino solo in qualche siparietto di breve durata e che riempire quattro ore consecutive sia molto più devastante di quanto pure loro si fossero prefigurati. L’unica cosa davvero bella è la scenografia, a metà strada tra un atelier di auto di lusso e un bed&breakfast di Parigi, valorizzata degnamente da una buona fotografia.

L’iniezione nel cast dei concorrenti di nomi più laterali e meno noti (la definizione oxiana di “succursale del primo maggio” non è poi cosi visionaria, per quanto lei sia ormai credibile solo come reincarnazione di Morticia Addams) non è purtroppo servita a svecchiare il panorama pop nostrano, anzi. Metterci dentro cantanti di nicchia apprezzati dalla critica ha sortito l’effetto boomerang, contribuendo a mettere in luce quelli più pecoroni, gigioni e bimbominkieschi.

Per esempio, giusto oggi ho parlato con mia madre, la quale mi ha detto che i suoi preferiti sono i Modà e Mengoni, e che tutto il resto che ha sentito era “molto noioso” oppure “incomprensibile”. A parte che appena finisco questo post vado a scrivere a C’è posta per te (perché a questo punto è chiaro che sono stato adottato e voglio che Maria de Filippi trovi i miei veri genitori), ma credo davvero che se anche questo tipo di Sanremo più snob del solito ha come target la casalinga media di periferia (ti voglio bene mamma), i gruppi indie italiani (che ormai sono indie da 20 anni, peraltro) su quel palco sono davvero un passo più lungo della gamba. Meglio un cast rassicurante fatto di Peppino di Capri e Patty Pravo (o, in alternativa un festival solo di giovani e indipendenti davvero validi ed innovativi sapendo che farai il 2% di share), perché altrimenti l’intento nobile di voler elevare la qualità media rischia di fare più male che bene, che i più impegnati passino comunque inosservati e che il più fetido e bituminoso letame, rimasto senza concorrenza, venga ingiustamente esposto ad una gloria che non merita.

Nel complesso né le canzoni né i cantanti di questo Festival fanno fare un grande salto sulla sedia, e sebbene qualche testo interessante ci sia (Cristicchi su tutti) è veramente scandaloso essere ancora incatramati nel provincialismo nostrano dei mandolini e delle fisarmoniche. Il Moog nella canzone di Gazzè è probabilmente l’elemento sonoro più moderno utilizzato quest’anno (e parliamo di un synth anni 70) e solo la magistrale tecnica e la coraggiosa creatività delle Storie tese di Elio hanno dato una scossa di elettricità ad un Festival musicalmente davvero monocorde, in cui anche quelli più anarchici ed alternativi si sono omologati alle sonorità più classiche ed adagiati sui tappeti d’archi. I giovani, tutti pessimi a mio parere, hanno visto trionfare Antonio Maggio, già vincitore del primo X-Factor tra gli Aram Quartet.

Non faccio commenti (anzi, sì) sulla vergognosa classifica del televoto perché potrei sembrare populista, demagogico, retorico e vuoto. Certo è che fa riflettere:

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Natale a Istanbul (sottotitolo: senza panettone e superalcolici che Natale è?)

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istanbul moschea bluSe anche voi, come me, faticate a sentire lo spirito natalizio, quel friccicore al core che ti prende a metà dicembre e termina all’Epifania, quell’impulso di bontà, felicità e stelle comete che brillano dentro al bianco degli occhi, vi consiglio di andare a passare le feste in un paese musulmano. Vedrete vetrine completamente disadorne e quartieri dove alle dieci di sera regna la morte civile; sentirete il lamentoso richiamo alla preghiera trasmesso da tutti gli altoparlanti di tutti i minareti di tutte le moschee in tutti gli angoli della città a partire dalle cinque del mattino per sei volte al giorno; scorgerete brutte facce in giro e verrete sfiancati da venditori di qualsiasi cianfrusaglia ad ogni angolo della strada. Lo spirito natalizio vi riaffiorerà subito ed avrete in men che non si dica il desiderio di raggiungere i vostri odiati parenti che – mentre voi vi sfamate per strada al freddo con un kebab piuttosto scrauso – si avventano su calde lasagne e tortellini in brodo, su gustoso abbacchio e patate al forno, su morbido zampone e lenticchie, su caramelloso torrone alle mandorle e pandoro Melegatti spruzzato di zucchero a velo.

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I cantanti di Sanremo 2013. Titoli delle canzoni (e contenuti in anteprima mondiale)

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sanremo 2013 lista cantanti

Parte il conto alla rovescia per il prossimo Festival di Sanremo, il terzo targato Fabio Fazio (i precedenti due furono di una noia bestiale e io ero molto più vicino ai 20 che ai 40) nonché il primo con le date di messa in onda ancora in bilico causa elezioni politiche (cioè, manco nel terzo mondo…). Ecco i partecipanti: nomi noti e nomi meno noti che si alterneranno con due canzoni a testa (pure! Ma per i Modà non si poteva fare un’eccezione e fargliene cantare solo una? O anche nessuna) sul palco dell’Ariston.

1) Almamegretta & Raiz
Mamma non lo sa
Se non lo sapevano nemmeno i loro parenti che fossero ancora vivi, figuratevi io
Onda che vai
Riesumati dagli anni 90, ora non vogliono lasciarsi scappare nemmeno un secondo di vita televisiva; la canzone è dedicata alla loro futura ospitata da Luca Telese e Nicola Porro.

2) Annalisa Scarrone
Non so ballare
La miglior interprete mai uscita da Amici (anche se lei ancora non lo sa) ricorda con onesto dolore i tempi in cui Garrison e la Celentano le rendevano difficile la vita all’interno del talent defilippiano
Scintille
Quelle che si sono verificate nel suo stomaco dopo aver scoperto che a Sanremo gareggerà contro Chiara Galiazzo

3) Chiara Galiazzo
Il futuro che sarà
La vincitrice di X-Factor tenta di guardare lontano, leggendo i tarocchi come la zingara di Luna Park. Ma se continuerà a cantare canzoni scritte da Ramazzotti e soci, per lei ci sarà solo LA LUNA NERA.
L’esperienza dell’amore
Questi titoli dicono tutto, capito? LA LUNA NERA.

4) Daniele Silvestri
A bocca chiusa
Daniele Silvestri propone la prima canzone ventriloqua della storia del Festival; un brano dalle aspre sonorità anni 80 dove Il cantante di “Salirò” duetterà insieme ai redivivi Luis Moreno e il corvo Rockfeller.
Il bisogno di te
Una struggente ballad dall’arrangiamento molto british, in cui Daniele confessa la sua dipendenza per la bevanda inglese delle 5 o’clock.

5) Elio e le storie tese
Dannati forever
L’esperienza come giudice di XFactor ha profondamente segnato Elio, il quale ammette in questo innovativo brano post-rock di aver dovuto vendere l’anima al diavolo per dire a Cixi “Sei credibile”.
La canzone mononota
Oltre che mono-nota, la canzone sarà anche mono-verso e dirà ad libitum “Nice era meglio – Nice era meglio – Nice era meglio”

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I cinque chissenealbum FAIL del 2012

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Dopo la lista degli album TOP, ecco quella dei “fail” dell’anno (non a caso pubblicata il 12/12/12 alle 12.12). Dischi che forse era meglio non fare o che forse era meglio fare meglio (soprattutto quello alla posizione numero 2).

madonna 2012 mdna

5) Madonna – MDNA
Il ritorno dell’anziana queen-of-pop sulle scene desta sempre scalpore, in questo caso per l’indifferenza (molto vicina al totale scazzo) con cui lei stessa ha affrontato tutto il progetto MDNA. MDNA è Il “concept album” di una Madonna scatenata solo in parte, che timbra svogliatamente il cartellino della dance, ma che dimostra sotto sotto tutta l’intenzione di voler prendersi una pausa da certi noiosi (dis)impegni musicali. Ormai Madonna non ha più il physique-du-role e la pensione è dietro l’angolo. A quando l’investitura ufficiale dell’unica erede titolata, Mino Franciosa Lourdes Maria?

rihanna 2012 unapologetic

4) Rihanna – Unapologetic
Non che avessi grandi aspettative, e in merito mi sono già espresso di recente. Unapologetic è una compilation da cestone dell’Autogrill, un’accozzaglia di canzoni (modernissime, per carità) buttate lì a caso tanto per riempire di fuffa l’ennesimo cd. Facciamole fare qualcos’altro a questa povera ragazza munta come la peggior bufala da mozzarella: assumiamola a Hollywood, scritturiamola come giudice di XFactor, ritagliamole un ruolo in un pornazzo Ebony. Insomma, quello che volete, basta che la smetta di sfornare un album inutile ogni quarto d’ora.

christina aguilera fat

3) Christina Aguilera – Lotus
Prima di tutto: intitolare il proprio album del rilancio come un disco di Elisa non era certo di buon auspicio. In seconda battuta: cara Christina, sei recidiva. Sono davvero lontani i tempi in cui eri trasformista nel look e florida hitmaker. Oggi, più che florida, la Aguilera è larga come tutti gli Stati Uniti messi insieme e il clamoroso flop del suo ultimo album (come se quello del precedente non fosse stato altrettanto eclatante) testimonia il fatto che nonostante l’indubbio talento vocale, c’è qualcosa che non funziona a livello di “progetto”. Xtina, inspiegabilmente, sembra non perdonarsi il fatto di non essere riuscita a diventare la Germanotta del ceto medio (ai tempi di Bionic) e, perso anche il treno dei featuring Davidguettiani, si trova a vagare senza meta in un plasticoso deserto di scarti ora Madonneschi, ora Britneyspearsiani, ora Ladygaghiani, ora Rihanneschi. Se il singolo “Your Body” sembra mediamente azzeccato, è tutto il resto dell’album a dimostrare che nulla gira come dovrebbe, proponendo un mix di stucchevolezze il cui taglio è così fintamente trendy e costruito da risultare fastidioso.  L’unico guizzo creativo arriva dal brano “Circles” che però si perde tra urletti scemi in un turbinìo di inutili “middle finger” e “motherfucker”.

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I cinque chissenealbum TOP del 2012

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A me non piacciono le classifiche: loro non sono mai state in grado di rappresentare la mia volubilità e io non sono mai stato in grado di classificare qualcosa così definitivamente che poi non si rivelasse invece caduco e mutevole. Dunque le lascio volentieri a Nick Hornby (o a Fazio e Saviano), ma visto che sta terminando l’anno e la fine del mondo incombe (il ritorno in campo di Berlusconi ne è la prova provata), non potrei mai perdonarmi di ritrovarmi nell’Aldilà senza aver stilato una lista dei cinque album che più degli altri, durante questo tragicomico 2012,  mi hanno colpito positivamente. Analogamente seguirà nei prossimi giorni la lista dei cinque album che più degli altri, durante questo tragicomico 2012, mi hanno colpito negativamente. Perché qui non ci facciamo mancare niente, alla faccia dei Maya.

ps: la presente lista non ha altro scopo che essere una lista, assolutamente personale, di ciò che mi sono ritrovato ad ascoltare con piacere quest’anno. Prendetela “as is” e non fate tanto gli schifiltosi.

 

5) QUOTA INDIE ITALIANO: Drink To Me – S
E’ piuttosto divertente che a X-Factor i gatti morti Freres Chaos vengano gravati (a loro insaputa) dell’onere di innovare la musica italiana (ahahahah), mentre certi gruppi del sottobosco (che è sempre meno sottobosco) indie lo fanno già benissimo da soli e senza bisogno di sceneggiate isteriche con la Ventura. I Drink To Me (come gli Esperanza, per dire) meriterebbero di partecipare a X-Factor in qualità di superospiti internazionali, a giudicare dalla qualità e quantità di concerti fatti all’estero. “S” è di gran lunga uno dei più interessanti album indipendenti di produzione italiana usciti quest’anno (altro che le pessime cover degli 883); coniuga sonorità sapientemente esterofile e stilosamente lo-fi con un gusto ed una creatività rari. Le influenze neopsichedeliche dei Drink To Me sono molte (forse troppe) e variegate, e spaziano dagli Animal Collective ai Friendly Fires (mettete qui tanti cuori) e via andare. “S” è un disco che prende per mano l’ascoltatore e lo porta ad un rave party sotto l’aurora boreale; il suo unico difetto (?) è che ha talmente tante idee dentro che rischia di confondere. Ma nonostante ciò, è sicuramente un’ottima prova ed una importante testimonianza che qualcosa, in fondo in fondo, anche da noi si muove.

4) QUOTA POP INTERNESCIONAL: Gotye – Making Mirrors
Il “pop internescional” è donna, ma c’è grande necessità di quote azzurre, soprattutto considerando i clamorosi fiaschi delle queen of pop nel 2012. Se dovessi limitare il giudizio alla sola hit primaverile “Somebody That I Used to Know”, questo disco non farebbe parte della presente classifica, anzi, probabilmente non l’avrei mai nemmeno ascoltato. Complice la curiosità di voler capire un fenomeno che francamente mi risultava un po’ oscuro ed un viaggio in macchina piuttosto lungo per cui avevo tutto il tempo per ascoltare le novità del momento, sono entrato – rimanendo piacevolmente sorpreso – nel mondo di Gotye (pronuncia: Gòti, Gotì o Gotiè, devo ancora capirlo, francamente), scoprendo che nonostante il disco sia pervaso dall’influenza stinghiana che l’ha reso celebre, la hit primaverile era solo la punta di un iceberg che nascondeva uno stile moderno e personale (un po’ alla Mark Ronson) che va oltre la blanda emulazione, e una raccolta di brani che meritano fiducia. Non so se l’artista australiano sia destinato a rimanere una meteora “one shot”, ma visto che una seconda opportunità non si nega a nessuno, manco a Sara Tommasi, spero di rimanere altrettanto piacevolmente sorpreso quando sarà l’ora del prossimo album. O del suo film porno.

3) QUOTA RUOOOOOCK: Canterbury – Heavy in the Day
Giovane rock band uscita dall’oratorio, vestita con tutti i colori e i sapori della musica britannica (e anche gli odori, vedendo quanto sudano). Melodie furbe ed accattivanti, arrangiamenti chirurgici, il loro è un rock indipendente solo nelle intenzioni che punta senza vergogna alle charts uk-friendly. Un rock dalle melodie argutamente orecchiabili e dal gusto internazionale, con qualche schitarrata mordace ma mai troppo invasiva, che i Canterbury portano avanti mantenendo una profonda onestà intellettuale di genere, senza scadere nella faciloneria della contaminazione elettronica trendy e tamarra, ma proponendo un disco orgogliosamente “suonato”, perfetto per un party tra sedicenni alcolizzati un po’ hipstereggianti. “Heavy in the Day” è altamente energetico e vanta una produzione artistica impeccabile; non sarà un disco innovativo o particolarmente identitario (i Franz Ferdinand in alcuni momenti sono proprio dietro l’angolo), ma è un ottimo showcase per mettere in mostra tutte le qualità di una band emergente sempre al top della forma che non ha nulla da invidiare ai più navigati professionisti né come qualità compositiva né dal punto di vista della tenuta del palco.

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